Lo Stabilimento siderurgico di Mongiana

Nella zona attualmente chiamata armeria, sovrastata dal cimitero del paese, vi era una piccola fucina a maglietto, dove si riduceva il ferro in lamine trascinata via completamente dalla furia di un'alluvione nel '48 e sostituita in seguito all'affluenza del Ninfo e dell'Alaro con la più; moderna Robinson, che era stata costruita senza badare a spese tanto che fu disponibile una nuova macchina proveniente dall'Inghilterra a sostituire il vecchio maglietto alla catalana. Di questa a memoria di tempi migliori è rimasto qualche rudere. Di certo il cuore dello stabilimento era la Fonderia "Mongiana", che diede il nome al borgo che andava costruendosi intorno ai fumi degli altiforni. In realtà tutto il complesso era molto più; grande e purtroppo ben poco ci è rimasto a testimonianza dell'antico sito che si distendeva verso valle con officine dislocate lungo le sponde dell'Alaro. Sull'altro lato del torrente sorgeva un'officina con fornelli alla Wilkinson, la San Brunello, dove il ferraccio veniva trasformato in strumenti di precisione, pesi e misure. Poco più; a valle sulla stessa sponda della precedente vi era un'altra raffineria dove si effettuava il getto a staffaggio dei proiettili. La nuova fabbrica d'armi dove si assemblavano le armi e si costruivano le baionette I lavori di costruzione della nuova armeria per l'assemblaggio delle armi cominciarono nel 1918. Le due colonne a decorazione dell'ingresso principale e dell'architrave, dovevano testimoniare agli occhi del visitatore dell'efficienza dei maestri degli opifici della Mongiana. La Santa Teresa che era una raffineria dove era possibile eseguire opere di getto. Si tratta del luogo dove furono fatte le colonne della nuova fabbrica delle armi del 1818. Le colonne fuse a getto unico, con i mezzi allora disponibili sono state portate in cima al colle da poco meno di due chilometri di scarpate impervie. Infine il nuovo maglietto ancora più a valle all'affluenza dell'Alaro con il Ninfo. Ben poco ci è dato di sapere della vecchia armeria, a testimonianza della quale rimane una piccola sorgente incanalata in una canna di vecchio cannone. Con il passaggio della Mongiana al Ministero della guerra, avvenuto nel 1808, fu inviato un presidio militare per vegliare sulla produzione dei pezzi di artiglieria che avrebbero dovuto fornire l'esercito e la marina. In quell'occasione fu costruito uno stabile che fungeva anche da carceri altre che accogliere i nuovi ospiti nei pressi della chiesetta.Nel 1856 si ravvisò l'urgenza di ingrandire lo stabile, finchè nel '59 il Savino su suo progetto realizzò la Casa del Comandante affacciata sulla piazza della Fabbrica d'Armi, su tre piani. Il primo era riservato ai cavalli, sul secondo le truppe ed il terzo ospitava il comandante. In età murattiana, si pensò anche agli operai con la costruzione di case in muratura. Tutte molto simili, secondo uno dei principi illuministici. Alla chiusura dello stabilimento furono acquistate dai superstiti, quelli che, non facendo parte delle maestranze delle officine che videro ridursi le prospettive di sopravvivenza fuggirono ove stavan sorgendo altri siti siderurgici, cioè verso il Nord della penisola o Francia e Germania, con un compenso di buona uscita in attrezzi, strumenti vari, risorse di magazzino e quant'altro. Chi riuscì a resistere in qualche modo al disastro economico furono i contadini, i boscaioli e i carbonificatori, che se pur decimatisi riuscirono a trovare il do di acquistare le abitazioni abbandonate e i siti di quanto le intemperie si lasciavano dietro. Molti divennero terreni fertilissimi per piccoli vigneti, legumi, mais e ortaggi vari. Le risorse faunsticche, pastorizie e di allevamento in genere furono di ausilio nelle ristrettezze. Mentre i magazzini della fonderia divennero case di abitazione, la fabbrica d'armi magazzini e abitazioni insieme alle caserme e i capannoni dei manovali.

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